Cervino – Cresta del Leone

Il Cervino, la Gran Becca (4478 m) non è una montagna come le altre, e scalarlo lungo la Via Normale Italiana (Cresta del Leone) è un’esperienza che esula dal semplice alpinismo classico.
 
Questa relazione nasce dalla nostra avventura, vissuta in un isolamento quasi irreale: al giugno 2026, la Capanna Carrel ancora chiusa probabilmente scoraggia molte cordate, poichè la partenza dal Rifugio Oriondè aggiunge almeno 3 ore di salita in più ad una giornata già decisamente impegnativa. Questo però ci ha permesso di godere di una solitudine assoluta sulla via: solo in lontananza un’unica cordata circa un’ora dietro di noi, poi ritiratasi al Pic Tyndall.
 
Trovarsi completamente da soli su questa linea è un’arma a doppio taglio che stravolge l’esperienza. Da un lato c’è il vantaggio inestimabile della fluidità: niente code, tempi morti di attesa alle corde fisse e, soprattutto, meno rischio di ricevere sassi in testa. Dall’altro lato, però, l’assenza di una “scia” di alpinisti da seguire amplifica l’ingaggio a dismisura: la ricerca della via è totalmente nelle tue mani, metro dopo metro, orientandoti su una montagna immensa, complessa e sconosciuta, dove un errore di itinerario può costare caro in termini di tempo, fatica e rischi.
 
L’avventura è iniziata lasciando Breuil-Cervinia in e-bike per raggiungere il Rifugio Oriondé (Duca degli Abruzzi): tre ore di sonno e si parte per quella che si rivelerà una giornata totalizzante, immersi nella storia dell’alpinismo di conquista.
 
Se i manuali e i portali recitano per questa via una gradazione D (Difficile), bisogna dirlo chiaramente: questo grado non rende minimamente giustizia all’impegno fisico e psicologico richiesto. Il Cervino è una montagna faticosa, severa, monumentale. La difficoltà non sta nei singoli passaggi chiave o nelle celebri faticose corde fisse, ma nella costante ricerca dell’itinerario (fondamentale quando ci si trova da soli sulla via), nell’esposizione continua, e nella delicatezza della roccia.
 
Il vero “viaggio nel viaggio” è poi la discesa: se non si affronta la traversata verso la Hörnli (con costi economici e logistici non indifferenti), la Cresta del Leone va ripercorsa interamente a ritroso disarrampicando, prestando ancora maggior attenzione che in salita. 
 
Tra i momenti indelebili di questa salita resta impressa l’immensa ombra piramidale del Cervino che si proietta geometrica e perfetta sulle pendici della vicina Dent d’Hérens. Un’immagine di una potenza estetica indescrivibile.
 
Il Cervino è un gigante unico al mondo. Una salita che svuota le energie ma riempie l’anima, capace di chiedere tutto e di regalare un’emozione così intensa che, una volta toccata la croce di vetta, scioglie ogni tensione in un pianto di gioia.
 
Relazione redatta da Dafne Munaretto

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Il Canale Whymper

Note storiche

La storia del Cervino lungo la Cresta del Leone (la via normale italiana) è una delle più affascinanti e competitive dell’alpinismo occidentale.

Mentre i britannici consideravano il Cervino impossibile, la guida di Valtournenche Jean-Antoine Carrel era convinto che la via italiana fosse l’unica logica. Dopo i suoi primi assaggi della Cresta del Leone nel 1860, l’anno successivo ci provò insieme al celebre Edward Whymper, ma il maltempo li respinse a 3.850 metri. Nel 1862 fu invece l’inglese John Tyndall a spingersi più in alto, fermandosi solo davanti all’ultimo sperone roccioso: la spalla che oggi porta il suo nome, il Pic Tyndall (4.241 m).
 
Il 1865 fu l’anno decisivo. Felice Giordano, inviato del neonato Club Alpino Italiano, ingaggiò segretamente Carrel per conquistare il Cervino a nome dell’Italia unita. Scoperto il piano e sentendosi tradito da Carrel, l’inglese Edward Whymper si spostò subito a Zermatt per tentare l’inesplorata Cresta di Hörnli. La mossa fu vincente: il 14 luglio 1865 Whymper raggiunse la vetta per primo, urlando verso la Cresta del Leone dove Carrel e gli italiani, ancora bloccati al Pic Tyndall, dovettero ritirarsi sconfitti. La storica vittoria fu però macchiata dalla tragedia della discesa, in cui persero la vita quattro compagni di Whymper.
 
Tre giorni dopo il successo di Whymper, l’orgoglio spinse Carrel a ritentare subito dall’Italia. Il 17 luglio 1865, insieme a Jean-Baptiste Bich (cugino di Carrel e solida guida alpina), Amé Gorret (un giovane abate ed entusiasta alpinista) e Jean-Augustin Meynet (un pastore del Breuil ingaggiato come portatore per la spedizione), firmò il riscatto italiano conquistando la vetta. Per superare l’ultimo muro verticale (dove oggi sorge la Scala Jordan), Carrel dovette inventarsi una deviazione espostissima sulla parete ovest, una strettissima cengia sospesa nel vuoto, una sorta di “corridoio” naturale che tagliava orizzontalmente la parete ovest, oggi nota storicamente come Galleria Carrel.
 
Già nel 1867, lo stesso Carrel tracciò una variante più diretta che, una volta attrezzata con le corde fisse, divenne l’attuale Via Normale Italiana. Il legame eterno tra la cresta e il suo scopritore si sigillò tragicamente il 25 agosto 1890. Dopo aver lottato per 17 ore in mezzo a una bufera per portare in salvo i suoi clienti lungo le grandi difficoltà della cresta, Carrel morì di puro sfinimento a 2.920 metri, stremato dalla fatica, proprio sul pianoro roccioso sopra l’Oriondé dove oggi sorge la Croce Carrel.
Le corde fisse sotto la Carrel

Zona: Cervino (Matterhorn), la Gran Becca per i suoi abitanti

Quota partenza (m s.l.m.): 2.050 m (Breuil-Cervinia), 2.802 m (Rifugio Oriondè), 3.835 m (Capanna Jean-Antoine Carrel – verificare l’apertura) 

Quota vetta (m s.l.m.): 4.476 m (cima Italiana), 4.478 m (cima Svizzera)

Apritori: Jean-Antoine Carrel, Jean-Baptiste Bich, Amé Gorret e Jean-Augustin Meynet il 17 luglio 1865

Sviluppo: 2.800 metri circa di difficoltà in arrampicata (considerata dal Colle del Leone alla cima), circa 6,5 km il percorso totale dal Rif. Oriondè

Esposizione: prevalente sud-ovest – ovest

Protezioni: corde fisse lungo i tratti più verticali, alcuni fix, cordoni, chiodi tradizionali, due friend incastrati

Difficoltà: D, IV-

Note: è fondamentale considerare bene le tempistiche, che possono essere estremamente variabili a seconda della preparazione della cordata, della conoscenza della via, delle condizioni di neve/ghiaccio e del numero di persone presenti sull’itinerario. E’ fondamentale tener presente che la discesa richiede almeno lo stesso tempo della salita. Riportiamo di seguito i nostri tempi, puramente indicativi (si sottolinea che non conoscevamo la via ed eravamo soli in parete): ore 2:30 partenza dal Rifugio Oriondè, ore 5:15 capanna Carrel, ore 6:30 Rocher des Escritures (con una perdita di tempo per un errore sulla ricerca dell’itinerario), ore 7:45 vetta del Pic Tyndall, ore 9:45 cima. Giungiamo alle 16:30 circa nuovamente all’Oriondè.

Equipaggiamento: normale per salite di misto classico, friend fino al rosso BD, fettucce e cordini, ramponi e piccozza per l’ultimo tratto di cresta e per la discesa

Accesso: dalla Valtournenche raggiungere Breuil-Cervinia e parcheggiare in uno degli ampi piazzali dedicati, o poco prima del paese (camper ammessi) o nei pressi degli impianti (camper non ammessi), punto GPS qui.

Avvicinamento: da centro paese imboccare la pista segnavia 13 che sale con strada sterrata (se con e-bike) e con tagli se a piedi, raggiungendo il Rifugio Oriondé Duca degli Abruzzi (in e-bike circa 1 ora, a piedi circa 2,15 ore).

La Croce Carrel
Lorenzo sotto l’Arete du Coq
Lorenzo sulla Gran Corda

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Dafne in cima al Pic Tyndall
La cresta dal Pic Tyndal verso la Testa del Cervino

Relazione

Dal Rifugio Duca degli Abruzzi Oriondé (2.802 m) seguire il sentiero segnavia 13 che costeggia il Lago dell’Oriondé e risale su un vago altipiano in cui è presente la Croce Carrel (2.950 m). Da qui si prosegue dapprima su sentiero poi su tracce con evidenti ometti, giungendo ad una pietraia che si risale fino a giungere alla base di un evidente canale con andamento verso sinistra (al giugno 2026 presente un grande cartello con indicazioni della chiusura della Capanna Carrel). Si sale quindi il canale (Canale Whymper) con facili passi di arrampicata, II, e con una corda fissa blu al suo termine, uscendo su di una zona pianeggiante a quota 3.170 m circa. Si prosegue quindi in direzione nord-est (presenti numerosi ometti) tra facili placche rocciose (massimo I grado) e brevi pietraie, mantenendosi su un vago crinale che costeggia la parte bassa di un nevaio.

Quando ci si trova al di sotto delle imponenti pareti della Testa del Leone si segue la traccia che traversa a destra verso il Colle del Leone (attenzione a non salire troppo, specialmente al buio, la traversata avviene a quota 3.560 m circa – presenti ometti). Si aggirano quindi in leggera discesa due successivi crinali superando due canali, fino a giungere al Colle del Leone (3.579 m).

Da qui inizia la vera e propria ascensione alpinistica. Si sale quindi per terreno detritico seguendo le tracce di passaggio, fino alle Placche Seiler, II+, nella seconda parte attrezzate con corde fisse, che conducono all’ultima faticosa corda fissa de Le Cheminée, quindi in breve alla Capanna Carrel (3.835 m).

Sempre in cresta, pochi metri oltre la Capanna Carrel ha inizio la prima serie di corde fisse tra cui la celebre Corda della Sveglia che supera un breve tratto strapiombante (spesso bagnato o ghiacciato), quindi una serie di placche prima verso destra poi verso sinistra, fino a giungere al loro termine su di una ampia terrazza. Da qui si segue la traccia a destra, girando lo spigolo e giungendo nel Vallon des Glaçons, inospitale conca ombrosa: ci troviamo quindi in un punto in cui le tracce di passaggio sono ovunque ed è molto facile perdersi. Non lasciarsi attrarre dalle tracce che vanno verso destra ma salire fino a raggiungere le Placche Cretier, compatte placche rocciose attrezzate a fix. Solo dopo di esse ci si sposta a destra su una stretta cengia con una roccia sporgente che ci permette di girare lo spigolo (il Mauvais Pas): passando a destra in una stretta breccia si giunge ad un diedro verticale attrezzato con cordoni che prima salgono poi piegano a destra, pochi metri oltre i quali troviamo le Rocher des Écritures, ove sono incise le incise le iniziali di Whymper e Carrel.

Da qui si scende qualche metro (2 fix) per raggiungere il cavo metallico del Linceul, il nevaio sospeso al di sotto delle pareti dell’Arête du Coq: qui si sale attraverso il cavo tra roccia e neve, e ci si trova dunque un centinaio di metri sotto le catene della Gran Corda. Dal termine del cavo sono ben visibili alcune corde fisse blu su una parete compatta strapiombante (da non seguire), la gran corda è meno visibile (è infatti una catena scura) ma spostata circa 50 metri più a destra. Puntare quindi senza percorso obbligato ad essa, salendo leggermente a destra, poi leggermente a sinistra, ed affrontare direttamente la Gran Corda, giungendo ad un piccolo vertiginoso intaglio (sosta da calata a sinistra), a quota circa 4.040 m.

Siamo dunque giunti sula cresta che ci condurrà alla vetta del Pic Tyndall. Qui si segue lungamente la cresta stando sempre leggermente sul versante svizzero (presenti alcuni fix), fino a giungere in vetta al Pic Tyndall (4.241 m).

Proseguire lungo la splendida espostissima e pianeggiante cresta aerea che, con alcuni saliscendi conduce al celebre intaglio dell’Enjambée, che separa il Pic Tyndall dalla Testa del Cervino. 

Si salgono dunque le prime corde fisse che conducono a seguire nuovamente il vago filo di cresta, giungendo ad un pulpito pianeggiante, il Col Felicité (4.380 m, che deve il suo nome a Félicité Carrel, la prima donna ad affrontare la scalata del Cervino nel 1867): da qui si attraversa a destra una pietraia per risalire un piccolo camino che ci porta proprio al di sotto delle fisse finali ben visibili. Qui è presente quasi sempre verglass sulle placche rocciose: senza percorso obbligato ma stando il più possibile in cresta verso sinistra (non lasciarsi attrarre dalla via diretta alle fisse che ci porterebbe ad affrontare il vetrato su placche e rocce instabili poco proteggibile), raggiungere quindi la base delle fisse. 

L’ultimo tratto di fisse inizia con una corda rossa che conduce ad un diedro non attrezzato, III+, dal quale si giunge al canapone che verso destra porta alla Scala Jordan, una scala di corde con pioli in legno con un tratto strapiombante. Si prosegue lungo i canaponi che attraversano verso sinistra per tornare allo spigolo. 

Da qui parte l’ultimo tratto di canaponi, le Corde Pirovano, che affrontano le ultime compatte fessure di spigolo e conducono direttamente alla vetta italiana, quindi qualche metro più in basso alla croce. La vetta svizzera si raggiunge per evidente cresta in pochi minuti.

Discesa: lungo la via di salita.

Lorenzo in cima al Pic Tyndall
La cordata dietro di noi in cima al Pic Tyndall. Si fermeranno poco dopo.
Lorenzo in cresta
Dafne sulla Scala Jordan
Lorenzo fuori dalla Scala Jordan
La Croce di Vetta
Selfie di vetta

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